mercoledì 27 febbraio 2008

IL VERO BONSAI. NELL’INTERESSE DI TUTTI.

La primavera è una stagione durante la quale, oltre alle piante, si risveglia lo spirito benefico ed assistenziale del popolo italiano. E fin qui tutto bene, se non fosse che il fine umanitario coinvolge qualcosa che ci sta particolarmente a cuore: i bonsai. O per lo meno, in questo caso particolare, così vengono chiamati, ma tali non sono.
Il fatto reale è che si promuovono generosamente campagne di beneficenza attraverso la vendita di queste piantine e, alla fine di tutto ciò, ne rimane irrimediabilmente compromessa e danneggiata l’immagine del bonsai.
Mi è capitato per l’ennesima volta di assistere a varie forme di vendita di cosiddetti "bonsai" all’interno di fiere mercatini o campagne benefiche nell'ambito di fondazioni nazionali.
Rileggo nella ricerca di mercato che ho effettuato e pubblicato nel 1992: "le risposte piu significative sono venute dalla domanda: "indichi il motivo più ricorrente di diffidenza, che lascia perplesso l'acquirente di un bonsai ". Le due risposte, che poi sono correlate fra loro: "difficoltà di coltivazione" e `poche informazioni esplicative- hanno registrato quasi la medesima percentuale ... risulta evidente che la commercializzazione dei bonsai viene attuata spesso in maniera approssimativa e superficiale per un prodotto che e ancora selettivo e che richiede una vendita particolare".
Credo, purtroppo, che dopo tanti anni, la situazione non sia cambiata. E, ad alimentare tale confusione, ci si mettono pure le vendite parallele in tutte le citta con piantine svendute a prezzi di gran lunga inferiori rispetto al mercato ufficiale senza alcuna garanzia, di pessimo aspetto, provenienti da Paesi come Thailandia, Cina, etc., trapiantate in argilla, spesso affette da patologie se non addirittura quasi morte.
Per capire cosa ci sta dietro bisogna dire che le piantine che corrono lungo questo canale parallelo di importazione sono state tenute in locali niente affatto idonei, a temperature inadatte, trascurate e infine vendute all'ignaro acquirente che, dopo alcuni giorni, di fronte ad una piantina morta, affermerà convinto: "i bonsai sono piante che muoiono nel giro di pochi giorni!".
Spesso ho la sensazione di combattere una lotta impari: devo convincere continuamente qualcuno che non è questo il vero bonsai, che non sono queste le piante che rispondono a quei requisiti che li fanno classificare "bonsai". Nel timore abbastanza fondato di vedere vanificati gli sforzi di tutti i bonsaisti che vi dedicano tempo e denaro, lancio il mio "grido di dolore" contro l'uso indiscriminato e improprio del nome "bonsai".
Le manifestazioni umanitarie e benefiche sono atto meritorio e meritevole, sono nobile manifestazione di generosità e vanno sostenute e incoraggiate da tutti ma ... per carità!, sarebbe opportuno dirottare tali vendite almeno verso piante comuni (come già, in parte, si fa) e non coinvolgere l'immagine del bonsai che ne esce malconcia e distorta.
Ho raccolto le impressioni di molti amici vivaisti che, scoraggiati, hanno addirittura distolto la loro vendita verso altre piante poiché, tra l'altro, non ci si può sentire dire che si puo acquistare un bonsai per 10 Euro. Tutto ciò è impensabile e assurdo; non vorrei che tutto ciò costituisse un'ulteriore occasione mancata per il bonsaismo italiano e che la mia non resti una voce isolata: si sensibilizzi anche l'associazionismo ufficiale attraverso l’UBI per tentare un minimo di controllo e di tutela.

LA GLOBALIZZAZIONE DEL BONSAI

Il termine “globalizzazione”, oramai usato e abusato, inflazionato, per il bonsaista non costituisce novità, anzi è una regola. Se nell’accezione economico-sociale si intende la tendenza dei mercati, imprese o comunità nazionali ad operare in una dimensione mondiale, superando i confini dei singoli stati, nel bonsai in particolare e nel mondo del verde in generale questo processo è iniziato molto tempo prima che questo termine entrasse nel dizionario.
Il bonsai ha incrementato lo scambio e la diffusione di varietà da ogni angolo del mondo. Questo articolo mi è stato sollecitato dal quesito forse ingenuo di un principiante: “Come riuscire a fare sopravvivere una pianta abituata al clima caldo quando il freddo è intenso?”
Da più di 500 anni le piante viaggiano lungo le rotte della terra, valicando continenti anche per le peculiarità ornamentali dei giardini, mettendo alla prova la bravura del giardiniere di coltivarle lontano dall’ambiente al quale le ha destinate la natura. Da un bonsai del siriano Ibiscus, al bonsai della brasiliana Bouganvillea, dal cinese Olmo al giapponese Rododendro, le ingegnose soluqioni orticolturali studiate negli anni dai bonsaisti – che sono stati preceduti nei secoli dalle avventurose spedizioni di appassionati botanici – narrano il desiderio di conoscenza e di dominio del patrimonio che la natura offre all’uomo. Così di fronte alle avversità del tempo il bonsaista deve richiamare alla memoria la carta d’identità delle piante che coltiva, per potere mettere in atto strategie e stratagemmi che possano garantire la sopravvivenza dei bonsai esotici o provenienti da terre in cui non esistono gelate o temperature rigide.
L’inverno è forse il periodo dell’anno che dà minori soddisfazioni al bonsaista e richiede maggioore impegno per vincere la sfida che questa stagione lancia. Tutte le protezioni sono finalizzate a che i bonsai possano svernare in tutta tranquilliltà in attesa del ritorno della buona stagione.
Per le piante messe a dimora in piena terra bisogna, con astuzia, utilizzare prima di tutto ciò che mette a disposizione il giardino stesso, come ad esempio le foglie degli alberi, cadute a terra, che formano uno strato di pacciamatura per le piante, che ne anticipa pure la ripresa primaverile.
Il bonsaista che ama le sfide e alleva la Bouganvillea in un clima per nulla mite ricovererà la sua pianta per proteggerla. Le canne di Bambù, tagliate alla base e rivestite di rametti e foglie, unite fra loro, si trasformano in una specie di tenda indiana per proteggere dal gelo e dal vento che fa seccare ogni cosa.
Alcuni sempreverdi vengono offesi più dal peso della neve che dalla sua temperatura e allora si può fare ricorso a tunnel in plastica e serre modulari in policarbonato. Nelle regioni mediterranee, ritenute tradizionalmente indenni dai picchi negativi del termometro ma oramai preda delle bizzarrie climatiche, la soluzione per proteggere le piante è costituita da un materiale high-tech come il TNT, tessuto non tessuto in fibra di cellulosa. Questo velo semitrasparente va semplicemente steso sulle piante e fissato con forcelle di ferro: lascerà uscire l’umidità evaporata dalle foglie e al tempo stesso impedirà che l’aria fredda colpisca bonsai come l’Hibiscus o i Ficus e alberelli sensibili al gelo.
Nelle mani del bonsaista mediterraneo il tessuto non tessuto sa trasformarsi nella pezza di un couturier che impacchetta ad arte bonsai.Avvolte e protette le belle freddolose piante coltivate dal bonsaista diventeranno protagoniste di un gioco magico che fa dimenticare i rischi ed i rigori dell’inverno.

TIBET

Sua Santità il Dalai Lama è venuto per la prima volta in Occidente nel 1973. La conoscenza che ha potuto avere delle nostre condizioni di vita, e del livello del nostro pensiero, è forse limitata così come lo è la nostra quando ritorniamo da un viaggio in India o in Cina. Ogni realtà è complessa è mutevole. ...quando egli parla dell’Occidente, si accontenta talvolta, per comodità, di un’immagine senza sfumature. Noi facciamo lo stesso, regolarmente, quando parliamo dei paesi arabi, dell’Africa, del Giappone: non cogliamo che il tratto saliente.Il 13 dicembre 2007 il Dalai Lama ritorna in Italia dopo avere visitato Paesi di mezza Europa per testimoniare lo sterminio del suo popolo senza smettere di predicare la non-violenza e nessuno delle autorità politiche ha il coraggio di accoglierlo, trova un coro di defezioni ridicole. Evidentemente le minacce di Pechino hanno sortito il loro effetto. “La Cina è vicina” recitava il titolo di un famoso film girato in anni non sospetti. Scrive Renata Pisu su La Repubblica: “Così un’antica cultura muore e si tenta di farla sopravvivere nei suoi aspetti folkloristici e cioè danze tibetane, maschere tibetane, salmodiare di preghiere, il tutto a uso e consumo di un turismo incolto e vorace”. Quello che più sconcerta è che il Papa non lo ha ricevuto: la Chiesa dovrebbe essere assolutamente super partes e non fare politica! La risposta del Dalai Lama si commenta da sola: “Il Papa però rappresenta un’importantissima spiritualità. E la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi”.